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NINA KRAVIZ


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Nina Kraviz viene dalla Siberia ed è una sventola dagli occhi di ghiaccio e il sorriso devastante a cui piace cantare e immergersi nella house più profonda e fascinosa. Cresciuta nella freddissima Irkutsk, il suo nome inizia a circolare al “Propaganda” di Mosca verso la fine del decennio scorso. Segue immediata fuga a Berlino. Destinazione “Panorama Bar”. Inutile dire che le bastano poche apparizioni per catturare l’attenzione di diversi fenomeni quali Sven Vath, a cui “presta” un paio di tracce, Sascha Funke e Phillip Solmann, aka Efdemin, con i quali divide due Ep nel 2010, ma soprattutto Matt Edwards che la vuole fin dal primo momento per la sua Rekids. Se il buongiorno si vede dal mattino, Nina non è nient’altro che un incantevole fiore pronto a sbocciare in tutta la sua bellezza e a regalarci una meravigliosa primavera.

Il suo segreto del resto è semplice. Le occorre solo avere la valigetta zeppa di dischi sempre a portata di mano e via a far girare culi e ormoni. Chiedere a tutti coloro che bazzicano dalle parti del Panorama. Il suo tocco è poi morbido, terribilmente femmineo e mai coatto. La ciliegina resta fermamente nel bicchiere. Guai a toccarla. Mentre le luci si spengono lentamente e le giacche si accomodano nel guardaroba. La musica di Nina è dunque house coi tacchi a spillo. È cassa gentile e atmosfera chic. Silenzio profondo e battito in lontananza. Groove ricercatissimo e al contempo tremendamente essenziale.
Nina è figlia della deep-house più trendy, dell’Owens arty degli ultimi tempi, o magari del Feliciano asciutto degli esordi. Verrebbero in mente anche certe oscure proiezioni dell’altra piccola grande reginetta del nuovo firmamento house a tinte rigorosamente rosa: la turca Deniz Kurtel (vedi “Best Friend”). Tuttavia, pur collocandosi ampiamente in un contesto house “conservatore”, ogni traccia esula nel complesso da qualsiasi comodo riferimento. Nina è semplicemente Nina, e questo suo esordio alterna diversi elementi che confermano una certa personalità, così come la volontà di stupire senza ricorrere a comodi trucchi del mestiere e ai soliti escamotage elettronici.

In tutto il disco, la Kraviz rincorre una house ovattata e tenebrosa, in cui è possibile finanche restar fermi e danzare anche solo con la mente, come palesato nell’introduttiva “Walking In The Night”, traccia sospesa su eccitanti sospensioni vocali atte a inscenare un’implosione ormonale pazzesca, o nelle vibranti ascese ritmiche di “Turn On The Radio” impostante caldamente a rilento. Nina soddisfa la sua personale smania di defilarsi da una condizione esclusivamente danzante, avanzando ad ogni singola pulsazione una formula melodica sempre più intima e riservata.
Immaginate quindi di trovarvi in un ipotetico club-privé in cui ci si scompone parecchio con lo sguardo, e in cui è proibito toccarsi del tutto pur ricevendo evidenti consensi. Ecco, è proprio così che Nina manda in delirio migliaia di adulatori palpitanti ai suoi piedi. La russa riesce a stendere senza calare veli e tenendo a bada l’acceleratore (eccezion fatta per le agevoli “Ghetto Kraviz” e “Taxi Talk”), in un gioco di oscillanti perversioni in cassa dritta e colpi di frusta da diva contemporanea.



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